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L'insegnamento è un mestiere che perde efficacia. Presto sarà uno di quegli artigianati da presepe vivente, che mostriamo ai bambini quando viene Natale: guarda, in questa grotta si cardava la lana, in quest'aula invece dividevano le parole in tronche, piane, sdrucciole.
"Insegnante" del resto, è una professione che abbiamo inventato quando ce n'era bisogno: una popolazione per lo più analfabeta che andava alfabetizzata, e pure di corsa. Istruzione pubblica, allora, gratuita e universale al pari del suffragio appena ottenuto. Servivano maestri e professori, specie negli ordini più bassi di scuola, quelli dell'obbligo, e ne servivano tanti, non c'era da andare troppo per il sottile: l'istruzione di cui avevamo bisogno era per lo più quella essenziale, leggere, scrivere, fare di conto. Col tempo il benessere (grazie a
Dio sì, ma soprattutto grazie alla scuola pubblica), prende a crescere, e cresce con costanza, per tutti. Non in maniera uniforme però. Alcune famiglie stanno decisamente meglio di altre. Alcuni ragazzi fanno compiti a casa con mamme e papà che qualcosa di come si legge, si scrive e si fa di conto ormai sanno, oppure li fanno al doposcuola, dove un insegnante privato perfeziona o ripara, e altri invece fanno i compiti da soli, cioè in pratica non li fanno. L'insegnamento a massima efficacia prevedeva che tutti gli studenti lavorassero in classe, e magari a casa rinforzassero un po' quello che avevano appreso al mattino. Presto, invece, (sono passati sì e no due decenni, durante i quali l'Italia ha vissuto un vero e proprio boom economico) le cose cambiano: alcuni ragazzi, e cominciano a essere sempre di più, possono permetter-si di differire il momento dell'apprendimento e dell'approfondimento al pomeriggio. Questi ultimi si fidano dell'insegnante di ripetizioniun po' più di quanto si fidino del maestro o del professore.
L'insegnante, dal canto suo, si adagia su questo modello: visto che in classe è difficile seguire tanti studenti, assegna molti più compiti a casa, così chi ne ha voglia e possibilità lavorerà come si deve al pomeriggio. Al mattino, si limiterà a verificare chi ha studiato e chi no.
Oltretutto, a dare ripetizioni e a fare doposcuola sono gli stessi insegnanti del mattino: con altri studenti, diversi da quelli che hanno in aula, fanno, in classi decisamente meno numerose, le stesse cose che avrebbero fatto a scuola, ma meglio, con più cura, perché pagati di più (e nero). Il modello riscuote successo, al punto che a un certo punto viene imitato da altre professioni pubbliche, per esempio i medici, che cominciano a visitare e a operare intra moenia ed extra moenia: uno dei pochi casi in cui gli insegnanti hanno davvero fatto scuola.
Da questo momento in poi(siamo più o meno tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90) l'efficacia dell'insegnamento pubblico non si limita
più a perdere: crolla come la diga del Vajont.
Nel frattempo, tra un taglio e una riforma, finché la curva del benessere sale, ci si gode il tempo delle vacche grasse: ripetizioni = voti alti, no ripetizioni = voti bassi. Chi non può s'arrangi. A un certo punto però il sistema entra in crisi dall'esterno: sì, stiamo tutti meglio, e siamo tutti decisamente meno ignoranti, il mondo però si è andato complicando a un livello tale che non bastano più i rudimenti dell'alfabetizzazione, anzi non bastano più nemmeno l'umanesimo da liceo le facoltà universitarie poco specialistiche. L'insegnamento pubblico, per essere efficace, dovrebbe fare molte più cose di quelle che faceva prima, per esempio sopperire a tutte quelle esigenze educative, non solo didattiche, che le famiglie non sono più in grado di fornire, perché entrambi i genitori lavorano molto e stanno molto fuori di casa. Il tempo che si passa a scuola non è sufficiente, per aumentarlo bisognerebbe pagare di più insegnanti, collaboratori, amministratori, personale di segreteria, e di soldi in giro non ce ne sono. Si ricorre a un palliativo, infarcire i programmi e le indicazioni nazionali, che diventano zeppi bel oltre l'orlo: cari insegnanti, fate più cose che potete, parlate di tutto ciò di cui si può parlare, istituite giornate e settimane di questo e di quello, e per il resto accennate, date spunti, sparpagliate, qualcosa resterà. Il tempo diventa il bene più prezioso, le famiglie allora dirottano le risorse che prima erano destinate al perfezionamento o al riempimento delle lacune scolastiche su beni e servizi la cui funzione
è da un lato far risparmiare tempo e dall'altro occupare con varie forme di intrattenimento il tempo che si è riusciti a risparmiare: ludoteche e baby parking, acquisto di telefoni e altri dispositivi per la fruizione di internet, abbonamenti a piattaforme streaming di serie tv e musica, cibo pronto recapitato a domicilio, voli aerei low cost, brevi vacanze, mini vacanze, micro vacanze, e soprattutto friggitrici ad aria.
All'improvviso, si affaccia al mondo chatgpt e sembra quasi che possa fare giustizia del meccanismo dei compiti a casa: assegnarli diventa di colpo inutile. E solo una fugace illusione: a usare chat gpt sono, soprattutto durante il primo ciclo di istruzione, i ragazzi che prima non facevano i compiti. Adesso li fanno con chatgpt. ragazzi che a casa sono seguiti o che hanno un insegnante privato non usanochat gpt. Soprattutto, gli insegnanti continuano ad assegnare compiti a casa proprio come se chatgpt non esistesse. Il risultato è una scuola pubbli-
ca che ha per forza di cose obiettivi didattici molto alti (questo mondo non lo affronti con le tabelline, ci vogliono il Coding e gli algoritmi), ma pochi insegnanti (la classe è troppo numerosa e troppo poco omogenea per poter essere soddisfatta da un unico insegnante), didatticamente arretrati, depauperati (leggi poco motivati) e collocati in strutture poco adatte (specie in certe zone del paese).
La perdita di efficacia dell'insegnamento la si riscontra ogni anno, con le prove Invalsi, che testimoniano un ri-
torno inesorabile verso la situazione di partenza: i ragazzi leggono testi di cui sempre meno comprendono il significato. Si chiama analfabetismo. Di ritorno. Che è il punto da cui eravamo partiti.
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PERCHÉ ORA IL SUD DÀ PIÙ FORZA AL PAESE
di Roberto Napoletano
Forse, non ve ne siete accorti, ma nel biennio 2022/2023 il Mezzogiorno italiano ha avuto la migliore crescita di prodotto interno lordo rispetto agli stessi Stati Uniti e a tutti i Grandi Paesi del G7. E abbastanza sorprendente come questo dato di fatto, di cui daremo conto in tutti i suoi risvolti analitici nei prossimi giorni, continui a sfuggire alla maggioranza degli osservatori. I quali puntualmente, di anno in anno, dal post Covid a oggi, danno conto della crescita italiana, ma si affrettano subito a prevedere che nei dodici mesi che seguiranno il Mezzogiorno si fermerà, prima addirittura si spingevano a pronosticare recessione tout court e allargamento dei divari interni. Gli ultimi dati resi noti l'altro giorno dall'Istat relativi al 2023 sanciscono che la crescita del Mezzogiorno è stata più del doppio della media nazionale e tutti gli indicatori, dalle esportazioni alla nuova occupazione, segnalano una precisa linea di tendenza che continua a consolidarsi. Se è vero, come è vero, che anche nei primi nove mesi del 2024 le esportazioni dei distretti industriali del Sud, trainate dalle performance dell'agro-alimentare e del polo farmaceutico campano, secondo i risultati del rapporto Monitor di Intesa Sanpaolo, crescono quasi tre volte di più della media nazionale che resta positiva.
In virtù di questa forza dell'export e dei ripetuti avanzi con l'estero di merci anche di turismo, l'Italia è sempre più un Paese creditore verso il mondo con la quarta migliore posizione patrimoniale netta sull'estero tra i Paesi dell' Eurozona pari a 265 a miliardi di euro, equivalente al 12% del prodotto interno lordo. Siamo sempre più un Paese creditore verso il mondo, cioè un Paese che vanta uno stock di crediti superiore al suo stock di debiti verso l'estero, come documenta da par suo Marco Fortis in altro articolo.
Chi continua a parlare di bassa competitività italiana nella manifattura come nel turismo ignora, ad esempio, che il nostro surplus non
dipende solo dall'Europa con Germania e Francia in crisi, ma da un attivo commerciale nei Paesi extra-Ue che, esclusa l'energia, e pari a 115 miliardi nonostante il rallentamento americano e grazie a un contributo delle imprese meridionali che risultano tra le più dinamiche. Per capirci, questi 115 miliardi che, computando il costo dell'energia, diventano 65 sono soldi veri che finiscono nel salvadanaio dell'Italia e permettono, insieme ad altre voci, di fare crescere la posizione finanziaria, netta positiva da 150 a 265 miliardi. La dimensione epocale del cambiamento in atto è misurata dal fatto che non solo la nostra posizione finanziaria netta è la migliore dei Paesi euro-mediterranei e si confronta con performance negative di Francia e Spagna rispettivamente per 716 e 768
miliardi, ma ha scalato in dieci anni ben 14 posizioni in classifica collocandosi alle spalle di Germania, Paesi Bassi e Belgio e facendo così dell'Italia una creditrice verso il mondo come i Paesi cosiddetti "frugali".
Sarebbe ora che le agenzie di rating prendessero atto della nuova realtà italiana che è quella di un'economia solida, sostenuta da una forte reputazione internazionale sempre più anche politica, e che garantisce ampiamente la sostenibilità del suo debito pubblico. Sarebbe bene che, nel dibattito di casa nostra, aumentasse la consapevolezza che c'è molto di Mezzogiorno in questo cambio di passo perché è l'unica frontiera di sviluppo reale possibile per Europa e Italia. A gennaio di quest'anno torna ad aumentare il clima di fiducia di imprese e consumatori italiani. Anche qui il Mezzogiorno fa la sua parte.
Ricordiamocelo.
Il Mattino 30.1.2025
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IO PROTESTO
Di seguito il resoconto stenografico dell'intervento di Giacomo Matteotti tenuto alla Camera il 30 maggio 1924 in cui contestava i risultati elettorali delle elezioni tenutesi il 6 aprile dello stesso anno e le irregoralità commesse dai fascisti per vincere le elezioni.
Un vero inno alla libertà a 100 anni dall'uccisione dell' esponente socialista avvenuta il 10 giugno 1924 per mano di cinque sicari guidati da un certo Amerigo Dumini.
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La riforma del fisco secondo Matteotti
Rigore e giustizia contro i populisti
di Francesco Tundo
Si può ancora parlare di tasse con serietà e competenza, senza cedere alla tentazione di farne un tema da perenne campagna elettorale? Un po' a sorpresa, la risposta viene dall'aspetto meno noto del pensiero di Giacomo Matteotti.
Di Matteotti, a cento anni dal rapimento e dal brutale assassinio per mano fascista, si sa quasi tutto. Delle lotte per i braccianti del suo Polesine. Del coraggio nel denunciare le violenze inaudite dello squadrismo in camicia nera. Della grande competenza, alimentata da uno studio incessante. Della precisione tagliente nei dibattiti alla Camera. Dell'audacia nell'irridere le sparate propagandistiche del dittatore. Della fiducia incrollabile nei principi dello Stato di diritto e nei fondamenti della democrazia parlamentare. Sostanzialmente sconosciuta è, invece, la dedizione di Matteotti alla questione tributaria, che pure è stata centrale nella sua azione politica, basata sulla funzione redistribu tiva dell'imposizione a fini di giustizia sociale. Sono in pochi a saperlo, eppure Matteotti si è dedicato intensamente a una materia che anche al suo tempo era oggetto di iniziative demagogiche e frammentarie, alle quali lui ha contrapposto proposte rigorose e moderne.
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L'eroica resistenza degli altamurani al cardinale Ruffo
di Giuseppe Dambrosio
Il 10 maggio 1799 si concludeva l'esperienza della Repubblica altamurana iniziata il 1 gennaio dello stesso anno che aveva coinvolto una intera città di ben 17.000 abitanti. Tutte le classi sociali avevano dato il loro contributo alla costruzione di un modello di governo cittadino che si ispirava agli ideali della rivoluzione francese: la piccola borghesia molto attiva, i bracciali (i braccianti attuali) che versavano in condizioni di vita dignitose, il ceto medio (massari, bonatenenti, professionisti), la nobiltà altamurana non assenteista e dedita al commercio di cereali che prendevano la via di Napoli, il clero che si era schierato per la Repubblica. Altrettanto determinante fu l'entusiasmo degli studenti della fiorente Università degli Studi che, insieme ai loro docenti, di formazione laica, si sono battuti per un' Altamura libera e repubblicana.
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I titolari del Grande Torino erano tutti molto dotali tecnicamente. Il portieriere Bacigalupo era genovese e studiava medicina. Non si allontanava apposta dalla traiettoria della palla per compiere balzi più vistosi: era di stile sobrio e misurato: parava Il parabile, come
usano i grandi portieri. Ballacin terzino destro, era chioggiottostilisticamente splendido, era capace di anticipi imperiosi, di entrate in tackle piene di grinta, di respinte al volo tempestive ed energiche. Il terzino sinistro era Saroso, uno dei prodosti più clas-
sici del calcio italiano in as
so luto. La longilineità confe-
rivaeleganciadognisunge-
sto aponbticn, il tocco di pal-
la era morbido, la precisio-
ne somma. cod l'intuito
creativo e pertino 1l sen.50
del gol. Stopper era
bee-scino Rigamonti. Anche
hai studiava medicina. Ave-
va muscolatura possente,
quasi ipertrofica, staccava
con prepotenza per colpire
di testa anticinava e incon-
rava con la grinta di un ma-
stino. in centrocampo nasceva l gioco. I due mediani erano il vercellese Castigliano e il triestino Grecar. Il primo era di struttura potente
e sapeva battere a rete da
fuori area con tiri 940315881-
ti. Il secondo era più conte
nuto ed elegante nel porge
re, quasi semper in appug-
gio a quel grande patrundel
campo che era Valentino
I titolari
di quella squadra
erano tutti molto dotati
tecnicamente
Mazzola. Quando Ciotiglia-
no avanaira per conclale-
re, solitamente era Loikaco-
prire il suo spazio. Con Va-
lentino non servivano pre
cauzioni di sorta. L'omarino
cuntend diceva allasuastrut-
tura con prestazioni e alteg-
prementi da autentico gigan-
te del nostro sport. Scattava
come gli consentivano le lar-
che sezioni del suoi muscoll
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rurali, reggeva ala fatica
da fondista puro: Usava
due piedi ed inventava gio-
co con inesauribile fantasia:
quando eraneesucio, sipo-
va elevarsi a match winner
con mirabili acrobacie, salti
mortali all'indietro e tiri a
volo em bicycleta, come di-
cono con bella metafora
bradineti. Il contrimnti era
Gabetto, prodotto juventi-
no. Chiuso in Juventus da Fe-
licino Bocel, Gabetto era
emigrato in partibus indide-
lium, arricchendo il doco to-
rinista dei suoi estri balzani,
le sue acrobecie a filo d'er-
ba, i ghiribizzi, le continue
trovate a sorpresa. Lolk era
un cursore lento e costante,
un ruminatore di caldo e di
chiloenetri, spella ideale per
Miccoola, cui spettava l'alts-
ma rifinitura se non, cute
spesso accadeva, anche la
conclusione. Infine le alt a
destra Berto Menti, vicenti-
no, a sinistra Choola, lombar-
dodi Varese. Menti i evala
dinamite nel destro:
ogni
apertura verso di lui creava
occasioni per bordate assas-
sine. Ossola era più giocolle-
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se di si addicevano il con-
trollo, il dribbling, il ricamo
elegante: e sgusciava in area
come un'anguilla, ma più
speso amava servire i com-
pugni più abili di lui nel tira-
re. Osiola aveva preso il po-
sto di un vecchio dio degli
stadi a nome Ferraris I1, ver-
cellese. Aveva facto in tem-
po a vestire la maglia accour-
sa, una volta avvenuta la fu-
ga di Orsi, ma Puzzo lo ave-
La notizia gettò
nello sconforto la
gentile città di Torino
e con essa tutta l'Italia
vasocicuito con Colassi do-
po la magra iniciale con la
Norvegia, all'avvio dei Son-
dial 1938. Nel Torino, Fer-
raris 11 spese le ultime e fu la
sua fortuna, perché ritiran-
dosi dell'agoniano salvo la
vita. Perirono invece Culti i
citolari in maglia granata e
con essi i giovani Bongiomi,
nazionale francese, Martel-
, bresciano, e Fadini, milla
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nese di grandi speranze. Ildi-
subironerto di Superga cott-
mode il mondo intero. Ebbe
luogo il 4 maggio 1949. Fu
un temibile urto control ba-
amento della Basilica di Su-
perga. L'aereo con a bordo il
Torino rimirava da Lisbo-
na, dove averaperduc.osen-
2a drammi un amichevole
con il Benfica. L'atterraggio
doveva aver luogo a Mila-
no. Per la smania di rientra•
re, all'ultimo istante il pilo-
ta devid VEZSO Torino. Lo
schianto fu orribile, Linto
che i poveri corpi ne venne-
ro tutti sconciati. Con i soci-
nisti perirono Erbstein, Li-
vesley e tre giamalti di fa-
ma culi Cibalbore, Caval-
Jero e Tosati. Lanoticia get-
1o nello sconforto la gentile
città di Torino e con essa tut-
ta l'Italia. Con il grande Tori-
no 2 calcio nazionale per-
Sette una decina di elemen-
ti detici di classe interaccio-
nale certa. Il tragico evento
sarebbe costato al nostro
sport un ritardo di almeno
20 mani nei confronci deali
altri paesi protagonisti del
calcio mondiale. -
"per cannokoe
dell'ArchivioSleedaderl
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C'è corrente elettrica nell'aria. Ed è molto cattiva. Aleggia da tempo sulla città come un'enorme nuvola nera. Il suocentro è una stanza nuda e lugubre all'interno del penitenziario di Charlestown, un sobborgo di Boston, nel Massachusetts. Qui, tra poche ore lo Stato ucciderà
due innocenti. Due immigrati italiani, due amici, due anarchici: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
In questa «bastiglia che eclissa in infamia qualsiasi altra prigione degli Stati Uniti» (le parole sono di un governatore democratico), in questo pavido carcere distante solo poche miglia dal molo in cui approdavano le navi degli schiavi destinati ai "civilissimi" bostoniani, il Commonwealth del Massachusetts, con la sua parata di giudici, procuratori, giurati, governatori, poliziotti, ministri e boia, eseguirà presto l'ingiusta sentenza di condanna per due omicidi mai commessi.
Così poco avvezzi alla lingua inglese ma così fermamente contrari a ogni guerra e a ogni tipo di sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, i due italiani, l'uno di Torremaggiore in provincia di Foggia, l'altro di Villafalletto, nel Cuneese, sono infatti colpevoli a prescindere: a stabilirlo sono pregiudizi razziali e l'odio politico che fanno da concime alla "terra dei liberi e la patria dei coraggiosi".
Togliendo loro per sempre la parola e la vita, lo Stato conta di dare una lezione a tutti gli "anarchici bastardi" - come li aveva definiti il giudice del processo -ai comunisti, agli iscritti ai sindacati dei lavoratori e a tutti i presunti sovversivi che sobillano alla ribellione per rovesciare il governo e incenerire le fondamenta di questa virtuosa società.
Per sette anni ha perciò rifiutato di accogliere le mozioni di riapertura del processo e le richieste di appello presentate dagli avvocati; per sette anni si è pervicacemente impegnato per dimostrare come la sua forza suprema riuscisse a vincere sulle mobilitazioni degli artisti, degli scrittori, dei giornalisti, degli intellettuali; per sette anni ha tenuto Nick Bart prigionieri in celle anguste, ignorando tutte le prove e i testimoni che avrebbero potuto scagionarli ben sapendo che, alla fine, per loro non ci sarebbe stata che la sedia elettrica.
Ma affinché tutto questo si compia, bisognerà attendere la mezzanotte. A quell'ora la tensione che da anni elettrizza non solo l'aria di Boston si trasformerà in una serie di potentissime scari- che di corrente alternata che folgoreranno i loro corpi e quello di un altro detenuto: Celestino Madeiros, il reo confesso dei due omicidi. Quando arriva la mezzanotte del 23 agosto 1927 il boia, un uomo di mezza età dall'aspetto insignificante, è pronto ad abbassare la leva. Prima tocca a Sacco, qualche minuto dopo al compagno.
A mezzanotte e 27 minuti tutto si è compiuto. Ma, a quel punto, la corrente non si ferma più. La mobilitazione Grazie anche all'impegno del Comitato di Difesa costituito dopo il loro arresto al civico 256 di Hanover Street, nell'italianissimo quartiere di North End, a Boston, quella corrente percorre città, valica montagne, attraversa mari e oceani per concentrarsi ovunque: nelle piazze, nei quartieri, nelle fabbriche, nelle sedi dei comitati contro la pena di morte, nelle redazioni di molti giornali del continente americano come della vecchia Europa.
Dopo la loro esecuzione, quella stessa corrente diventa una scarica elettrica dalla potenza ancor più sorprendente: attraversa le
istituzioni, provoca rivolte, attentati, redige proclami di guerra contro lo Stato assassino e la sua famigerata red scare, proclama scioperi, chiede giustizia, accende lo scontro di classe. Per opportunità politica, l'Italia sceglie invece di non schierarsi apertamente contro gli Stati Uniti preferendo portare avanti una più cauta attività diplomatica. A raccontarci in modo appassionante e coinvolgente la complessità di una storia che a distanza di così tanti anni non smette di far discutere è un volume da poco approdato in libreria: Sacco e Vanzetti. La salvezza è altrove, scritto dal giornalista, scrittore e cantautore Paolo Pasi e pubblicato da Elèuthera.
Combinando lettere e documenti d'archivio a una scrittura efficace in cui la narrazione si fa romanzo, Pasi dà voce alla vita, alle idee, alla resistenza e alla disperazione di Ferdinando (che diventerà Nicola quando fuggirà in Messico con - compagni anarchici per evitare la chiamata alle armi), ma soprattutto a quelle di Bart, che parteciperà anch'egli al viaggio messicano e che proprio in quell'occasione avrà modo di conoscere il compagno. Su di loro e sul caso giudiziario che li ha visti protagonisti, molto è stato prodotto in questi cent'ani quasi, in Italia, in Europa e negli Stati Uniti: film, canzoni (da Protesta per Sacco e Vanzetti della Compagnia Columbia e Sacco e Vanzetti del tenore Raoul Romito del 1927), drammi teatrali, fumetti, articoli, paper scientifici, romanzi, saggi, l'ultimo dei quali pubblicato lo scorso anno. Viaggio a Villafalletto Perché, dunque, un nuovo libro?
«Perché ero convinto che dietro le loro vicende processuali ci fosse molto di più. Pensiamo a Vanzetti, per esempio, che amava il canto, la lettura, la scrittura: egli aveva trovato una finestra di libertà interiore proprio nello spazio ristretto del carcere; aveva imparato a essere felice attraverso il dolore, a resistere per mezzo della parola. Ho vissuto la loro storia come un dramma moderno, che contrappone come sempre le ragioni della tirannide con quelle della libertà. Lo stesso Vanzetti lo sosteneva quando scriveva: "Il nostro caso fu fin dal prin-
cipio, è, sarà fino alla fine una scaramuccia dell'eterna guerra fra la tirannide e la libertà"», spiega Paolo Pasi.
Forse è per questo che alla "terra (che si crede) di Dio" ci è voluto mezzo secolo prima di riabilitare moralmente le loro figure:
SOlo nel 1977, infatti, l'allora governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, ha ammesso che il processo che li condannò era
«viziato da pregiudizi contro gli stranieri e i dissidenti». Strutturato in quattro parti, due delle quali interamente ambientate all'interno del carcere, arricchito dalle belle illustrazioni di Fabio Santin, il libro (e con esso l'avventura del suo autore) comincia da un paese del Piemonte
bagnato dal fiume Maira: Villafalletto, il luogo degli affetti e della memoria, abbandonato a 20 anni da Tumlin, come lo chiamavano in famiglia, per scappare dal dolore per la morte della madre.
«A Villafalletto ho respirato le vibrazioni della storia: quando ho visto la casa dove vivevano iVanzetti e il lungo viale alberato che portava alla vecchia stazione, mi sono calato nei panni di Bart, l'ho immaginato mentre usciva da quella porta per cominciare un viaggio da cui non avrebbe mai più fatto ritorno. Il primissimo passo però, quello che mi ha portato a pensare e a scrivere questo libro, l'ho fatto dopo aver let-
to Un pezzo da galera di Kurt Vonnegut, con le sue straordinarie pagine sui due anarchici che diventano metafora dell'insofferenza al potere arbitrario». Incongruenze e ingenuità Bartolomeo, e con lui Nicola, vivono sulla pelle quell'America amara che vuole essere degli america-
ni, non certo degli stranieri o dei radicali. In un passaggio di una lettera ai familiari è lo stesso Vanzetti a sottolinearlo: «Qui è bravo
chi fa quattrini, non importa se ruba o avvelena; la giustizia pubblica è basata sulla forza e sulla brutalità, e guai allo straniero e in particolare all'italiano che voglia far valere la ragionecon mezzi energici». coloro che non si adeguano al suo way of life, la sospettosa America ossessionata dal bolscevismo riserva gli arresti, le torture e i rimpatri forzati previsti dal famigerato "piano Palmer". «Non volevo scrivere la storia di due eroi, ma raccontare la loro vicenda umana con tutte le incongruenze e le ingenuità che caratterizzano la vita di qualsiasi per-
sona. Pensiamo solo alle mezze verità abbozzate in un primo momento per il timore di essere espulsi e all'arma che detenevano al momento della cattura: un "dettaglio" enfatizzato dall'accusa che Vanzetti giustificò come autodifesa. "Non sono tempi tranquilli", disse. Non dimenti-
chiamo, infatti, che due giorni prima dell'arresto l'anarchico Andrea Salsedo precipitò da un edificio di Manhattan dove aveva sede l'Fbi».
Nemmeno oggi viviamo tempi tranquilli: la realtà è persino più complessa di quella vissuta da Nicola e Bartolomeo, eppure la loro storia ci può insegnare ancora tanto. «È la testimonianza di due persone che hanno scelto di non stare al proprio posto, in quello cioè che gli era stato assegnato, e di ribellarsi. È una storia attuale perché ci parla del coraggio di non obbedire al potere, di al non rassegnarsi allo sfruttamento, di
non farsi schiacciare da un'autorità che vorrebbe annientare le ragioni degli individui, i loro sentimenti, i loro sogni. Allo stesso tempo ci parla dei confini, della guerra, della pericolosa logica dei nazionalismi. Nell'aula dove si svolse il processo», conclude l'autore, «i due risposero con parole meravigliose all'accusa di diserzione che venne loro mossa: disertare.,dissero, non significa sostenere le ragioni del nemico, ma ritrarsi dallo sparare al nemico, non partecipare alle violenze e agli assassini, stare dalla parte della pace».
Domani 10 febbraio 2024
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Striscia di Gaza
di Mohammed R. Mhawish*
L’attacco israeliano alla Striscia di Gaza dura da più di 120 giorni, e nella città di Gaza affrontare le difficoltà quotidiane come restare al sicuro, combattere le fame e proteggersi dal freddo è già una guerra. Centinaia di migliaia di persone hanno perso le loro case. Poi anche un posto dove ripararsi. Israele li ha bombardati tutti: ospedali, scuole, ambulatori e qualunque spazio aperto dove potevano radunarsi i civili. L’intera popolazione di Gaza è stata sfollata. Dopo che la nostra casa è stata bombardata non sono stato più solo un testimone delle migliaia di persone in fuga. Io e la mia famiglia siamo andati in un rifugio delle Nazioni Unite nel nord della Striscia di Gaza, diventando a nostra volta sfollati come gli altri.