La giornalista dopo la denuncia sui social per i ritardi nelle cure “Continuo a ricevere messaggi, nella mia situazione troppe persone. Ogni cittadino che si arrende è una sconfitta della politica”.

di Francesca Mannocchi

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Due giorni fa, affaticata e frustrata dal mio rapporto con la Sanità Pubblica ho scritto un lungo post. Raccontavo delle mie estenuanti attese col centralino del Cup della Regione in cui vivo, il Lazio. La difficoltà di accedere a un servizio, la facilità di trovare una struttura che privata-mente, invece, potesse garantirmi quello stesso servizio nel giro di poche ore. Nelle ore successive, e ancora adesso - mentre scrivo - ho ricevuto centinaia di mail e messaggi di cittadine e cittadini che vivono, scoraggiati come me, un rapporto con le istituzioni che fiacca e svilisce. Sono pazienti ma anche medici, parenti di malati ma anche infermieri. Sono cittadini del Nord, come del Sud, di Regioni in cui la Sanità dovrebbe essere un'eccellenza e altri che invece hanno in sorte una Sanità che era già al collasso prima che il collasso diventasse un'abitudine.

Ho la sclerosi multipla, la mia impegnativa era per una risonanza magnetica e forse ho sbagliato io a fare riferimento al Cup quando avrei dovuto informarmi coi miei medici di riferimento, che ringrazio - sempre - per la cura e l’abnegazione che mettono nel gestire un numero di malati che fa impallidire. Ma questo è un dettaglio, come illustrano i messaggi che ho ricevuto e continuo a ricevere. Puoi essere malato di cancro come di una malattia cronica come la mia, può esserci su carta la legge x o y che dovrebbe tutelare un diritto, il punto è che di fronte a un malfunzionamento, a una disfunzione, alle carenze della Sanità Pubblica siamo portati a pensare: niente di nuovo sotto il sole. È la malasanità di questo Paese.

Questa frase è un sentimento e dunque una condotta. Significa che ci siamo arresi. Significa che ci siamo abituati a pensare che la Sanità pubblica non sia un diritto ma uno spazio inabitabile e se abitabile comunque scomodo. Ci siamo abituati a pensare che essere comuni cittadini alle prese con la Sanità pubblica implichi, naturalmente, fatica, ostacoli e la possibilità di non raggiungere mai il traguardo che ci siamo dati: cioè un appuntamento, una visita medica, in ultima analisi la cura che ci spetta. Avere a che fare con la Sanità Pubblica è come pensare di dover sempre meritare qualcosa che invece ci spetta e ci spetta di diritto, perché lo dice la Costituzione, perché paghiamo le tasse anche per questo, perché è così che dovrebbero funzionare le democrazie: luoghi in cui i diritti e i doveri sono abitati dai cittadini con fiducia, con l’abitudine a dare perché si vuole in cambio la consuetudine dell'avere. Invece sembriamo arresi all’ingiustizia, rassegnati al malfunzionamento, destinati all'abbandono. E in questo girovagare kafkiano delle richieste e delle attese, per ogni persona che si intestardisce ad avere quello di cui ha diritto, ce ne sono dieci che smettono di curarsi. Perché per ogni persona che al terzo giorno di centralini intasati decide di chiamare una clinica privata e pagare cure che dovrebbero essere coperte dallo Stato, ce ne sono sempre di più che quelle cure non possono permettersele e semplicemente smettono di curarsi. E ogni cittadino che si arrende, allunga la lista dei fallimenti della politica.

In un Paese, il nostro, che è stato il primo in Europa a riconoscere il diritto alla salute nella Costituzione, come sancisce l’articolo 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

Mancano poche settimane all’ottantesimo anniversario del 25 Aprile, è il giorno che celebra la Resistenza, l’antifascismo, il giorno che ci ricorda cosa questo Paese abbia subito ma anche quanto abbia combattuto per tornare a essere libero, grazie a tanti partigiani e tante partigiane. Come Tina Anselmi.

A 17 anni, nel 1944, Tina Anselmi assiste all’impiccagione di un gruppo di giovani partigiani nella piazza del suo paese, Bassano del Grappa. In quel momento capisce che non può restare spettatrice della violenza dei nazifascisti, così si unisce alla Resistenza, e diventa una staffetta partigiana. Tina Anselmi, nome di battaglia Gabriella. Dopo la guerra studia Lettere a Milano, è militante sindacale e politica, in anni in cui essere una donna nel sindacato e in politica prevedeva tenacia, coraggio ma soprattutto pazienza. È con questa virtù, la pazienza, che Tina Anselmi, la partigiana Gabriella, è diventata la prima donna Ministra della Repubblica (al Lavoro, nel Governo Andreotti III, nel 1976), presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2, e poi Ministra della Sanità. I compagni di partito la chiamavano la «Tina Vagante», perché era indipendente, imprevedibile. È con la sua indipendenza di pensiero, con la laicità di una credente, che ha saputo cambiare la storia del Paese. Nel 1977 è tra i primi firmatari della legge italiana che apriva alla parità salariale per iniziare a abolire le discriminazioni di genere fra uomo e donna. Con la stessa laicità nel 1978 firma la legge 194 sull’aborto, nonostante le fortissime pressioni contrarie dalle gerarchie ecclesiastiche.
Con tenacia e pazienza, ha lottato per la Sanità Pubblica. La riforma sanitaria 883 del 1978 porta il suo nome.

Parlando alla Camera, poco prima dell’approvazione della legge, nel descrivere i caratteri della Sanità Pubblica che desiderava per il nostro Paese, Tina Anselmi disse che il nuovo sistema dovesse avere: «Globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza dei trattamenti, rispetto della dignità e della libertà della persona». Universalità, eguaglianza, rispetto, dignità e libertà. Difficile trovare parole che esprimano meglio una comunità di cittadini e i loro diritti e difficile trovare parole che esprimano meglio il fondamento della democra-zia. Nella sua autobiografia, molti anni dopo l’entrata in vigore della riforma sanitaria, Tina Anselmi scrisse: «La nostra storia di italiani ci dovrebbe insegnare che la democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile. Una pianta che attecchisce solo in certi terreni preceden-temente concimati. E concimati attraverso l’assunzione di responsabilità di tutto il popolo. Ci potrebbe far riflettere sul fatto che la demo-crazia non è solo libere elezioni - Quanto libere? - non è soltanto progresso economico - Quale progresso e per chi? È giustizia, è rispetto della dignità umana, dei diritti delle donne. È tranquillità per i vecchi e speranza per i figli. È pace».

La democrazia è una pianta che attecchisce su terreni concimati attraverso l’assunzione di responsabilità di tutti. Significa che democrazia è la somma delle responsabilità individuali, non il risultato delle singole solitudini. Significa che la politica deve trovare parole per dare voci a queste solitudini arrese, e poi trovare fondi e posti letto. Deve guardare in faccia quelle solitudini, guardare in faccia chi rinuncia a curarsi perché è umiliato da una sanità che lo ha reso cliente e non paziente, guardare in faccia anche l’adattamento, la tolleranza, la sopportazione che i cittadini più pazienti destinano a un sistema che è un pachiderma pieno di falle. Ci siamo abituati a pensare che la buona sanità sia un’ eccezione in mezzo alle crepe dell’insieme, che la mala gestione sia inevitabile, e che, di conseguenza, per sopravvivere serva l’astuzia, la prossimità col potere, l'arroganza. O l’elemento che racchiude tutte le caratteristiche precedenti: il denaro. I cittadini non sono in vendita, la democrazia non è in vendita. La democrazia è uno sforzo comune, ce lo hanno insegnato i padri e le madri partigiani, i padri e le madri Costituenti: nessuna conquista è irreversibile. Sarebbe bene rispettare la loro memoria ogni giorno. Cominciando a pagare le tasse, tutti. Abitando così diritti e doveri con l'impegno e la cura che le cose deperibili richiedono. 

La Stampa, 3 aprile 2025